Le luci si spengono, anche negli spogliatoi, quelli che Willy frequentava prima e dopo le partite a calcetto con gli amici, sognando la Roma e il suo nome dagli spalti. Resta appeso il grembiule nella cucina del ristorante dove lavorava. Resta, nei suoi vestiti sporchi di lavoro, il sudore e i sacrifici di un giovane di 21 anni.

Illustrazione di Diego Fabbri

E’ inutile girarci intorno: la morte di Willy è una vicenda che sconvolge che lascia poco spazio alle parole. Una vicenda che ricorda quella di Emanuele Morganti, ucciso ad Alatri durante un pestaggio di gruppo nel 2017.

L’indagine è ancora aperta e la ricostruzione esatta della notte tra il Cinque e il Sei Settembre è ancora tutta da delineare. E se pur da un lato non si può ancora escludere che l’omicidio abbia avuto anche un movente razzista e che i quattro ragazzi si siano accaniti su Willy anche per il colore della sua pelle, dall’altro si pensa alla violenza, il metodo preferito dai giovani per risolvere conflitti.

In questo tempo di menefreghismo, in questo tempo in cui conviene sempre farsi “i fatti propri”, Willy ha commesso un atto rivoluzionario. Ha deciso che quella rissa dovesse essere sedata, che la violenza non è mai il modo giusto per risolvere conflitti.

Eppure quel gesto altruista gli si è rivoltato contro, mentre per terra, per interminabili minuti, chiedeva di smettere, gridava di non riuscire più a respirare.

Raccontiamo la sua storia. Perché Willy è il simbolo di un’Italia che ha bisogno di esempi di umanità. Siamo un Paese inondato tutti i giorni da una narrazione che ci propone odio, violenza e atti barbarici, ma Willy ci ha dato una lezione di cittadinanza ed ha finalmente invertito la rotta della narrazione.

Una morte così orribile speriamo, almeno, possa almeno farci riflettere sul Paese che vogliamo diventare.

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