Sono passati 36 anni da quando il film “The Karate Kid” è entrato nelle nostre vite, conquistando per sempre un posto d’onore nel nostro cuore. La serie, Cobra Kai, figlia d’arte, non poteva che seguire le orme del film al quale si rifà.

Cobra Kai
                Illustrazione di Diego Fabbri

Due stagioni, con la terza in arrivo, che riesaminano e mettono in discussione la narrazione del film, cedendo il posto al punto di vista di Jhonny Lawrence.

Alcolizzato e privo di un lavoro fisso, Johnny decide di riaprire il Cobra Kai, nome del dojo dove ha imparato le arti marziali, che porterà alla luce antiche rivalità, come quella con Daniel LaRusso, ora un imprenditore brillante e di successo, ma desideroso d’intralciare l’impresa di Johnny.

Una narrazione fresca che abbraccia le debolezze e le imperfezioni umane. Rispetto al film, la serie vuole stimolare il dibattito: chi è davvero il cattivo?

Tra insegnamenti di vita e colpi narrativi illuminanti, la serie si presenta come una schietta descrizione della natura umana: il bianco e il nero non esistono, il buono e il cattivo neanche, ognuno è convinto di fare la cosa giusta.

Una regia da telefilm anni ’80, una storia che crea l’effetto nostalgia di quegli anni.

Riprendere un cult movie e trasformarlo più di trent’anni dopo, non è un lavoro per tutti, ma queste due stagioni, con la terza in arrivo (ed attesissima), sono riuscite a (ri)conquistare il pubblico, tra perle di saggezza in salsa orientale, meditazioni e citazioni.

Ma lasciando la morale cosi com’era: non arrendersi mai.

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