L’America sta bruciando, il peso delle ingiustizie è esploso dilagando in un incendio di anime ferite, in cerca di giustizia ed uguaglianza. E’ un paese esausto che stenta a riconoscersi.

Il 25 Maggio, l’America si è scordata del lockdown e si è riversata per le strade a manifestare per la morte di George Floyd, un uomo di colore. Doverlo puntualizzare rappresenta di per sé un promemoria dei fallimenti umani.

Siamo di fronte alla pandemia più grave della storia contemporanea e non stiamo parlando del Covid-19, ma dell’autodistruzione.

Se la storia insegnasse, ora saremmo costellati da tragedie sfiorate, conseguenze del pensiero umano istruito e portato alla ragione. Ma purtroppo il genere umano, anche per quest’anno, ha fallito.

“I can’t breathe” – “Non riesco a respirare”, le ultime parole di George Floyd diventano il nuovo inno di un Paese abitato da cittadini stanchi di subire abusi razziali, religiosi, di potere.

George Floyd è stata l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso, ormai stracolmo di scontento sociale, diventando motivo di confusione e sregolatezza, un presagio di disordini.

Prima di lui era già successo a Breonna Taylor, a Travyon Martin, a Michael Brown, ad Alton Sterling, a Philando Castile, ad Eric Garner, anche lui soffocato mentre implorava il poliziotto di allentare la presa – I can’t breathe, un ritornello che si ripete.

La giustizia non è uguale per tutti, non negli Stati Uniti.

Illustrazione creata da Diego Fabbri
Illustrazione di Diego Fabbri.

The Talk – il discorso, è il giorno in cui spieghi a tuo figlio che non è come gli altri, che chi dovrebbe proteggerlo può mettere a rischio la sua vita.

Col ginocchio premuto alla gola e le mani in tasca siamo riusciti ad immortalare il ritratto di un’intera società in declino a cui apparteniamo anche noi, se scegliamo di rimanere in silenzio. 

Il video della morte di George Floyd è diventato virale in rete, purtroppo e per fortuna, portando alla luce la realtà dei fatti: un omicidio di stampo razzista.

Hanno provato ad insabbiare la vicenda, a incolpare la vittima di non aver collaborato con gli agenti e di essersela dunque cercata, la morte.

Ma la verità è che George Floyd è morto perché era di colore. Essere di colore o di un’altra etnia nel mondo occidentale significa rappresentare una minaccia ed essere etichettato, ancor prima di avere la possibilità di spiegare di essere una persona, un cittadino e un essere umano.

Martin Luther King, personaggio scomodo ai molti, si è fatto portavoce del pensiero americano e del sogno di tutti gli esseri umani, quello riguardo il quale tutti gli uomini sono stati creati uguali e come tali devono essere trattati.

Il caso di George Floyd sta scatenando disordini di una portata inimmaginabile, richiamando all’attenzione dell’opinione pubblica anche un’altra questione: l’abuso di potere. Ma i più importanti esponenti politici e pubblici statunitensi hanno preso le distanze dalla faccenda, divenendo, in alcuni casi, attivisti in prima linea.

Se protestiamo, scriviamo o urliamo, ci alziamo in piedi, marciamo e partecipiamo attivamente a qualsiasi tipo di manifestazione, ma soprattutto, se iniziamo a prendere decisioni ragionate, il caos non avrebbe bisogno di essere sedato, semplicemente perchè non avrebbe motivo di esistere. I poteri forti non potrebbero approfittarsi della debolezza del popolo.

Ma l’uomo si è evoluto fino ad assumere una forma ripugnante, che si mostra senza maschere in queste situazioni. Ma come si può evolvere, se il peggior nemico di noi stessi, siamo noi: l’uomo.

Dopo le lotte di Martin Luther King, di Malcom X, di Nelson Mandela, ci ritroviamo ancora qui. Al punto di partenza. A lottare per ciò che dovrebbe essere imprescindibile.

Il tempo è passato invano, stiamo regredendo invece di progredire.

Stiamo imparando a convivere con il Covid-19, è il momento di imparare a vivere come fratelli.

 

– Diletta Simoncini

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