Non c’è pace. Un’altra notizia devastante irrompe in questo caotico 2020: Beirut è stata vittima di una doppia esplosione nella zona del porto, provocata dall’incendio di un magazzino contenente 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, una sostanza utilizzata (anche) per la costruzione di ordigni esplosivi.

Per ora le vittime sono stimate a quota 137, 5mila i feriti e 300mila gli sfollati, ma sono numeri provvisori ed in crescita, ora dopo ora. Numeri, che però rappresentano vite spezzate e sogni distrutti.

Questa è l’ennesima disgrazia per un paese già devastato dalla crisi economica e dal Covid-19, con il sistema sanitario al collasso. A Beirut non ci sono più letti disponibili in ospedale, punti per ricucire le ferite e corrente per far funzionare i respiratori.

Illustrazione di Diego Fabbri.

Alcuni considerano sospetta la tempistica. L’esplosione è avvenuta a ridosso di una sentenza sull’omicidio dell’ex premier Rafik Hariri, avvenuta nel 2015. Nel processo, affidato a un tribunale Onu, i sospettati sono affiliati al gruppo Hezbollah, sostenuto dall’Iran. Ma è ancora presto per inneggiare al complotto.

Ma qui non si tratta solo di una città rasa al suolo, no. Si tratta di paura, quella che è visibile sui volti dei cittadini libanesi che, nervosamente, si accendono una sigaretta davanti alle macerie del negozio a cui hanno dedicato la loro intera esistenza. Si tratta di bambini che hanno perso la propria dimensione, insieme alla moneta che custodivano gelosamente per comprarsi un manoushe da gustare con gli amici dopo la scuola. Si tratta di dignità, quella che sicuramente non ha perso l’anziana signora che, dal suo appartamento, suona il pianoforte seguendo le note dettate dal suo cuore, mentre il salotto è ridotto in cumuli di vetri e detriti legnosi. Si tratta di vita, semplicemente e solamente quella. La vita. Il bene più prezioso che abbiamo e che ogni giorno, faticando, cerchiamo di rendere più leggera, spensierata, dignitosa e, perchè no, felice.

Entro la fine del 2020, un libanese su due vivrà sotto la soglia della povertà. E’ triste, non possiamo negarlo. Ma come scriveva Ungaretti  “E subito riprende il viaggio come dopo il naufragio un superstite lupo di mare”. Racconta come un’esplosione possa spazzare via le vecchie certezze economiche, politiche, sociali e perfino religiose, ma lascia nei reduci un impulso vitale carico di nuovi desideri e speranze.

Eccola qui, la vita. Sempre lei. Che prova a risorgere ogni volta dalle macerie, come una fenice.

Quando vedi la fine di un mondo, riesci a scorgere il preludio di un nuovo possibile inizio. Costruire nuove scialuppe dai frammenti rimasti a galla dopo il nubifragio, per sentir risuonare l’eco di quella misteriosa allegria del naufrago di cui, oggi tanto, sentiamo il bisogno. Consapevoli che, come scriveva il poeta Hölderlin più di due secoli fa “soltanto nel profondo dolore risuona per noi divino il canto della vita”.

E il vostro canto lo sentiamo fin qui, in Italia.

Si mescola con le note provenienti dallo Yemen e dall’Afghanista e dalla Siria e dall’Iraq e dalla Palestina e dal Venezuela e da tutti i paesi del mondo.

E non possiamo ignorarlo, non più.

– Diletta Simoncini

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